Introduzione: Il disallineamento tra ritmi circadiani e sociali, il cosiddetto “jet-lag sociale”, è un fenomeno particolarmente pronunciato tra le persone con cronotipo serotino, che tendono a sperimentare una durata di sonno più breve nei giorni lavorativi, disturbi del sonno più gravi e conseguenti sintomi depressivi. La progressiva imposizione dello smart working durante la pandemia di COVID-19 ha rappresentato uno scenario ideale per valutare se orari lavorativi più flessibili potessero influenzare la qualità/quantità di sonno delle diverse tipologie circadiane, permettendo, inoltre, di chiarire il ruolo del sonno nella predisposizione alla depressione dei serotini.
Metodologia: 610 lavoratori in presenza (età media ± deviazione standard, 34.73 ± 10.11) e 265 lavoratori da casa (39.54 ± 10.75) hanno partecipato ad un’indagine online durante la seconda ondata di contagi da COVID-19 (28 novembre–11 dicembre 2020). Sono stati valutati: cronotipo (Morningness-Eveningness Questionnaire-versione ridotta, MEQr), qualità/durata del sonno (Pittsburgh Sleep Quality Index, PSQI), insonnia (Insomnia Severity Index, ISI) e sintomatologia depressiva (Beck Depression Inventory-seconda edizione, BDI-II). Sono stati eseguiti tre modelli di mediazione moderata per valutare l'effetto di mediazione di ciascuna variabile di sonno (qualità del sonno, gravità dell'insonnia, durata di sonno) nella relazione tra continuum mattutino-serotino e sintomi depressivi, utilizzando la “modalità di lavoro” (smart working, lavoro in presenza) come moderatore dell'associazione tra cronotipo e variabili di sonno.
Risultati: Lo smart working ha determinato un posticipo di ∼30 minuti nell’orario di addormentamento (p<0.001) e di risveglio (p<0.001). La “modalità di lavoro” modera l'effetto del cronotipo sulle variabili di sonno, in quanto l'interazione tra i punteggi del MEQr e il fattore “modalità di lavoro” è risultato significativo in ciascun modello (PSQI: B=0.15, p=0.03; ISI: B=0.23, p=0.02; durata del sonno: B=-2.87, p=0.01). Mentre nei lavoratori in presenza la serotinità si associa ad una peggiore qualità del sonno (B=-0.25, p<0.001), a sintomi di insonnia più gravi (B=-0.37, p<0.001) e a una minore durata del sonno (B=3.02, p<0.001), nei lavoratori da casa non è emersa alcuna relazione significativa tra i punteggi del MEQr e le variabili di sonno (PSQI: B=-0.10, p=0.07; ISI: B=-0.14, p=0.09; durata del sonno: B=0.15, p=0.88). Inoltre, la “modalità di lavoro” modera l'effetto di mediazione dei punteggi del PSQI (Indice di Mediazione Moderata, IMM=0.18, 95% IC:[0.01, 0.36]), dell’ISI (IMM=0.23, 95% IC:[0.03, 0.43]) e di durata di sonno (IMM=0.11, 95% IC:[0.02, 0.22]) nella relazione tra i punteggi del MEQr e del BDI-II. Mentre le variabili di sonno mediano parzialmente l'effetto del cronotipo sulla depressione nel gruppo di lavoratori in presenza (PSQI: Effetto Indiretto, EI=-0.31, 95% IC:[-0.42, -0.21]; ISI: EI=-0.36, 95% IC:[-0.49, -0.24]; durata di sonno: EI=-0.12, 95% IC:[-0.19, -0.06]), tale mediazione svanisce nel campione di lavoratori da casa (PSQI: EI=-0.13, 95% IC:[-0.27, 0.02]; ISI: EI=-0.14, 95% IC:[-0.30, 0.03]; durata di sonno: EI=-0.01, 95% IC:[-0.08, 0.07]).
Conclusioni: Lo smart working rimuove la ben nota vulnerabilità ai problemi di sonno delle persone con cronotipo serotino, eliminando il ruolo del sonno nella predisposizione ai sintomi depressivi. Un ambiente lavorativo che rispetti il cronotipo individuale potrebbe garantire un'adeguata quantità/qualità di sonno alle persone serotine, promuovendone il benessere psicologico.
